sabato 21 luglio 2012
The Jack Of Hearts
La notte a parlare. Lei disse "Io non voglio sposarmi, non voglio figli, io non sarò mai una fidanzatina o una moglie. Lui vuole questo. Io lo amo, ma non posso stare con lui".
Queste parole la colpirono. Quanto era poco padrona del suo destino, lei. Lei era solo una piccola piuma nel vento. Pensò "non voglio più essere confusa e felice". Nessuna carta dal mazzo, nessun fante di cuori. Le disse: "Lo amo, ma non posso essere quello che non sono. E l'amore non vince quasi mai su questo".
E poi, quanti stupidi film, quante stupide canzoni. Riprendiamoci almeno la cultura, quella vera, quella che descrive la nostra complessità. Non ci sono finali in rosa o promesse solenni. L'amore è altra cosa.
domenica 1 luglio 2012
Bambole di pezza
Con
questa canzone ho conosciuto una delle mie band preferite di quando
avevo 19 anni. Su Suoni e Ultrasuoni a radio2 passavano spesso questa
versione di una canzone cantata da France Gall ma scritta da Serge
Gainsbourg ed eseguita dai Belle and Sebastian live per le Black
Session di un'emittente radiofonica parigina. Erano i tempi di “The
boy with the arab strap”, erano i tempi del mio primo esame
universitario, un sonoro 30 e lode a statistica di felicità
infinita; erano i tempi del cinema Modernissimo dove quella sera
andai a vedere “Train de Vie”; erano i tempi di Musica Musica con
la mia amica Elisa, perchè dovevo festeggiare quel voto con un
autoregalo, e i miei autoregali preferiti sono sempre i dischi.
Ascoltammo prima uno degli ennesimi dischi degli Smiths, ma quando
partì “He could have been a brilliant carrier”, scegliemmo il
disco verde dei Belle.
Elisa, al suo primo viaggio a Parigi, mi spedì una cartolina citando dei versi di questa canzone: “et la seule raison c'est connaitre des garcons”.
In realtà, diceva tutt'altro...
Elisa, al suo primo viaggio a Parigi, mi spedì una cartolina citando dei versi di questa canzone: “et la seule raison c'est connaitre des garcons”.
In realtà, diceva tutt'altro...
Je
suis une poupée de cire, une poupée de son
Mon cur est gravé dans mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Suis-je meilleure, suis-je pire qu'une poupée de salon?
Je vois la vie en rose bonbon
Poupée de cire, poupée de son
Mes disques sont un miroir dans lequel chacun peut me voir
Je suis partout à la fois brisée en mille éclats de voix
Autour de moi, j'entends rire les poupées de chiffon
Celles qui dansent sur mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Elles se laissent séduire pour un oui, pour un non
L'amour n'est pas que dans les chansons
Poupée de cire, poupée de son
Mes disques sont un miroir dans lequel chacun peut me voir
Je suis partout à la fois brisée en mille éclats de voix
Seule parfois je soupire, je me dis: "À quoi bon
"Chanter ainsi l'amour sans raison
"Sans rien connaître des garçons?"
Je n'suis qu'une poupée de cire, qu'une poupée de son
Sous le soleil de mes cheveux blonds
Poupée de cire, poupée de son
Mais un jour je vivrai mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Sans craindre la chaleur des garçons
Poupée de cire, poupée de son
Mon cur est gravé dans mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Suis-je meilleure, suis-je pire qu'une poupée de salon?
Je vois la vie en rose bonbon
Poupée de cire, poupée de son
Mes disques sont un miroir dans lequel chacun peut me voir
Je suis partout à la fois brisée en mille éclats de voix
Autour de moi, j'entends rire les poupées de chiffon
Celles qui dansent sur mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Elles se laissent séduire pour un oui, pour un non
L'amour n'est pas que dans les chansons
Poupée de cire, poupée de son
Mes disques sont un miroir dans lequel chacun peut me voir
Je suis partout à la fois brisée en mille éclats de voix
Seule parfois je soupire, je me dis: "À quoi bon
"Chanter ainsi l'amour sans raison
"Sans rien connaître des garçons?"
Je n'suis qu'une poupée de cire, qu'une poupée de son
Sous le soleil de mes cheveux blonds
Poupée de cire, poupée de son
Mais un jour je vivrai mes chansons
Poupée de cire, poupée de son
Sans craindre la chaleur des garçons
Poupée de cire, poupée de son
giovedì 28 giugno 2012
Il tempo delle mele
E
poi arrivò la proposta della maestra “Che ne dite se facciamo
un'estrazione per decidere i compagni di banco?Così vi integrate un
po' di più”. Martina ebbe un sussulto di terrore, mentre la classe
mugugnava un po' di scontento, ma allo stesso tempo eccitata dalle
possibili novità che questo meccanismo avrebbe potuto portare. Nuove
amicizie, nuovi amori, nuovi motivi di brusii... per Martina un
incubo.
E se le fosse capitato un maschietto? Nessuno di loro avrebbe mai voluto essere il suo compagno di banco, lei lo sapeva. A volte usciva di casa la mattina per andare a scuola, e poi non ci andava, senza dire niente alla mamma. “Un'altra giornata di infelicità, posso evitarla. Vado a fare un giro da sola nel parco sopra la scuola, poi decido se tornare a casa o no”. Era sempre stata autonoma e orgogliosa, avrebbe potuto fare a meno di loro, tranquillamente, piccoli esseri inutili educati male da altrettante persone becere. “Perchè dovrei mischiarmi con loro? Sto bene da sola, io”. Pare che qualcuno l'avesse vista, e una mamma di un suo compagno di scuola l'avesse spifferato alla maestra “quella bambina è strana”. La maestra aveva chiesto a sua mamma se Martina avesse qualche problema. La mamma aveva risposto che era sicuramente una questione ormonale “Sa, si è appena sviluppata, è una periodo difficile per una dodicenne, ma tutto nella norma”. Non immaginava il suo disagio, sua madre le diceva “vedi quelle bambine obese? Non si fanno nessun problema, suvvia, devi essere più sicura di te”. Martina pensava che avrebbe voluto vedere sua mamma al posto suo “tu mamma, coi tuoi occhi verdi, considerata bella da tutti, che ne sai?”. Avrebbe voluto un po' di sofferenza per tutti: ci pensava molto alle diseguaglianze, e stava decisamente maturando un'idea di giustizia che non l'avrebbe mai lasciata.
“Vado nel parco e mi leggo Forza Milan, c'è uno speciale sul mio amore, Marco Van Basten, e sto sicuramente meglio che in quella classe”. Sì, perchè non comprava mica “Cioè”, lei: roba da ragazzina scema. Ne andava orgogliosa, lei non era banale come tutte le altre ragazzine.
E se le fosse capitato un maschietto? Nessuno di loro avrebbe mai voluto essere il suo compagno di banco, lei lo sapeva. A volte usciva di casa la mattina per andare a scuola, e poi non ci andava, senza dire niente alla mamma. “Un'altra giornata di infelicità, posso evitarla. Vado a fare un giro da sola nel parco sopra la scuola, poi decido se tornare a casa o no”. Era sempre stata autonoma e orgogliosa, avrebbe potuto fare a meno di loro, tranquillamente, piccoli esseri inutili educati male da altrettante persone becere. “Perchè dovrei mischiarmi con loro? Sto bene da sola, io”. Pare che qualcuno l'avesse vista, e una mamma di un suo compagno di scuola l'avesse spifferato alla maestra “quella bambina è strana”. La maestra aveva chiesto a sua mamma se Martina avesse qualche problema. La mamma aveva risposto che era sicuramente una questione ormonale “Sa, si è appena sviluppata, è una periodo difficile per una dodicenne, ma tutto nella norma”. Non immaginava il suo disagio, sua madre le diceva “vedi quelle bambine obese? Non si fanno nessun problema, suvvia, devi essere più sicura di te”. Martina pensava che avrebbe voluto vedere sua mamma al posto suo “tu mamma, coi tuoi occhi verdi, considerata bella da tutti, che ne sai?”. Avrebbe voluto un po' di sofferenza per tutti: ci pensava molto alle diseguaglianze, e stava decisamente maturando un'idea di giustizia che non l'avrebbe mai lasciata.
“Vado nel parco e mi leggo Forza Milan, c'è uno speciale sul mio amore, Marco Van Basten, e sto sicuramente meglio che in quella classe”. Sì, perchè non comprava mica “Cioè”, lei: roba da ragazzina scema. Ne andava orgogliosa, lei non era banale come tutte le altre ragazzine.
Arrivò
il giorno dell'estrazione: Nicola Millucci. Ecco il nome del suo
futuro compagno di banco. Poteva andare peggio, di sicuro. Era fra i
più educati e carini, uno di quei bambini che non parlano mai,
timido. Un bambino normale, un tipo anonimo. Ma gli altri maschietti avevano già iniziato a prenderlo in
giro, e sapevano essere davvero crudeli. Per lui stare di banco con
Martina poteva diventare una specie di affronto, e lei non voleva.
“Ma perchè deve essere costretto a stare di banco con me?”
Arrivò il lunedì, il suo posto nel banco vuoto l'aspettava. Però non era unito a quello di Nicola. Qualcuno l'aveva allontanato. Lui? Gli altri? Martina triste si sedette rassegnata. Ridolini dietro le sue spalle, sbeffeggiamenti al povero Nicola, che non se la sentiva di attaccare il banco. Martina iniziò a piangere dentro. La maestra entrò e intimò a tutti di attaccare i banchi.
Arrivò il lunedì, il suo posto nel banco vuoto l'aspettava. Però non era unito a quello di Nicola. Qualcuno l'aveva allontanato. Lui? Gli altri? Martina triste si sedette rassegnata. Ridolini dietro le sue spalle, sbeffeggiamenti al povero Nicola, che non se la sentiva di attaccare il banco. Martina iniziò a piangere dentro. La maestra entrò e intimò a tutti di attaccare i banchi.
Nicola
la guardò come a dire “dobbiamo fare 'sta cosa” e le disse di
avvicinare il suo banco che sporgeva, visto che quello di lui era
attaccato al muro. Lei era pietrificata... “come faccio a stargli
così vicina? Mi vedrà da vicino e penserà che sono ancora più
brutta”
Silenzio.
“Non
ce la faccio, lasciamo stare... perchè dovrei chiedergli così
tanto?Non voglio essere un problema, io”.
Lo sguardo di lui si faceva sempre più pietoso, e lei odiava la pietà. Non voglio crearti nessun problema, non voglio niente da te, lo so che non posso voler niente da te, ma magari possiamo essere amici... se soltanto tu...
Martina disse “Facciamo finta che io sono un maschio....”
E attaccò il suo banco a quello di Nicola.
Lo sguardo di lui si faceva sempre più pietoso, e lei odiava la pietà. Non voglio crearti nessun problema, non voglio niente da te, lo so che non posso voler niente da te, ma magari possiamo essere amici... se soltanto tu...
Martina disse “Facciamo finta che io sono un maschio....”
E attaccò il suo banco a quello di Nicola.
domenica 17 giugno 2012
Buchi
Un buco nero, in cui vanno a finire tutte le emozioni.
I fotogrammi degli uomini che ho amato. I loro occhi, il primo incontro, i sorrisi, i desideri repressi, la libertà, la passione, i baci, toccarsi, evitarsi, se mi stringi così mi sento piccola ed è tutto ciò che voglio, le intese, le parole, arrossisco, i miei occhi che ruotano nella paura-desiderio di finire nei suoi - “panic!” - l'inutile stesura di inutili libretti d'istruzione (ma io che ne so?)... tutto lì, nel buco nero.
Stanno tutti là, e quando non ce li hai, ti fai un giro nel buco nero. Lì non c'è rancore, non c'è quasi mai spazio per il rancore. I miei uomini sono gatti, che distruggono le cose a cui tengo, e poi ti fanno le fusa. Ok, ha distrutto tutto, ma è un gatto. E' solo un gatto. E' colpa tua, che hai lasciato in giro le cose importanti. Non ti puoi incazzare con un gatto. L'hai scelto tu, felino. Non volevi un cane fedele; un gatto sensuale e indipendente, ma dolcissimo e presente, che ogni tanto ti si strofina, senza chiedere tantissimo, solo crocchette e qualche coccola. Puoi solo prendere quello che ha da darti, un gatto. Che poi, non è poco. Almeno con un gatto, c'è un luogo che puoi persino chiamare casa. In fondo, tra un buco nero e una casa, che differenza fa?
I fotogrammi degli uomini che ho amato. I loro occhi, il primo incontro, i sorrisi, i desideri repressi, la libertà, la passione, i baci, toccarsi, evitarsi, se mi stringi così mi sento piccola ed è tutto ciò che voglio, le intese, le parole, arrossisco, i miei occhi che ruotano nella paura-desiderio di finire nei suoi - “panic!” - l'inutile stesura di inutili libretti d'istruzione (ma io che ne so?)... tutto lì, nel buco nero.
Stanno tutti là, e quando non ce li hai, ti fai un giro nel buco nero. Lì non c'è rancore, non c'è quasi mai spazio per il rancore. I miei uomini sono gatti, che distruggono le cose a cui tengo, e poi ti fanno le fusa. Ok, ha distrutto tutto, ma è un gatto. E' solo un gatto. E' colpa tua, che hai lasciato in giro le cose importanti. Non ti puoi incazzare con un gatto. L'hai scelto tu, felino. Non volevi un cane fedele; un gatto sensuale e indipendente, ma dolcissimo e presente, che ogni tanto ti si strofina, senza chiedere tantissimo, solo crocchette e qualche coccola. Puoi solo prendere quello che ha da darti, un gatto. Che poi, non è poco. Almeno con un gatto, c'è un luogo che puoi persino chiamare casa. In fondo, tra un buco nero e una casa, che differenza fa?
domenica 20 maggio 2012
And words are futile devices
Ma perchè uno dovrebbe scrivere in un blog?
Io stessa ho ripreso in mano queste pagine un mese fa, le ho trasformate da rosa a rosse, per poi abbandonarle.
Un blog.
Perchè non scrivo più.
Perchè non elaboro più.
Perchè non condivido più i miei pensieri.
Ma con chi? chi mi legge?
Fosse anche solo l'illusione che qualcuno possa leggermi, lo preferisco a un "mi piace" messo a un link di una canzone cantata da altri.
Perchè io sono complessa e ho bisogno di fare uscire i pensieri.
Perchè la vita non è fatta di frasi corte, brevi e non esplicate.
Perchè voglio illudermi di essere un libro aperto. (non lo sarò mai)
Ma mi piace l'idea che la mia complessità esista, che qualcuno la legga, che chi crede che tutto si possa ridurre e semplificare, trovi in me una pazza che ragiona in maniera personale, che viva le cose in una sua maniera, unica. Che poi non è speciale, ma almeno è mia.
Perchè lo scambio, più articolato è, più arricchisce. Anche nel mio piccolo mondo.
E poi, mi sono resa conto che non so più scrivere. E che non comunico. Tutti questi mezzi per comunicare, e nessuno dice niente. Sembriamo la copia di mille riassunti.
E poi, e poi... Io mi sono innamorata di una persona, leggendo il suo blog. Pensate quanto potenti possano essere le parole. Una persona che conoscevo già, ma non la conoscevo davvero. Ho letto un post del suo blog e mi sono chiesta "ma dove sei stato fino adesso?". Il destino ha voluto che proprio con lui una sera mi sono messa a discutere di quanto le immagini senza parole non siano altrettanto comunicative. Lui ovviamente sosteneva il contrario. Il problema è che ancora non ho capito chi dei due avesse ragione. Ma l'importante era discutere, parlare, ragionare.
Quanto mi piace, questo piano razionale.
Forse la sciocca sono io.
Io stessa ho ripreso in mano queste pagine un mese fa, le ho trasformate da rosa a rosse, per poi abbandonarle.
Un blog.
Perchè non scrivo più.
Perchè non elaboro più.
Perchè non condivido più i miei pensieri.
Ma con chi? chi mi legge?
Fosse anche solo l'illusione che qualcuno possa leggermi, lo preferisco a un "mi piace" messo a un link di una canzone cantata da altri.
Perchè io sono complessa e ho bisogno di fare uscire i pensieri.
Perchè la vita non è fatta di frasi corte, brevi e non esplicate.
Perchè voglio illudermi di essere un libro aperto. (non lo sarò mai)
Ma mi piace l'idea che la mia complessità esista, che qualcuno la legga, che chi crede che tutto si possa ridurre e semplificare, trovi in me una pazza che ragiona in maniera personale, che viva le cose in una sua maniera, unica. Che poi non è speciale, ma almeno è mia.
Perchè lo scambio, più articolato è, più arricchisce. Anche nel mio piccolo mondo.
E poi, mi sono resa conto che non so più scrivere. E che non comunico. Tutti questi mezzi per comunicare, e nessuno dice niente. Sembriamo la copia di mille riassunti.
E poi, e poi... Io mi sono innamorata di una persona, leggendo il suo blog. Pensate quanto potenti possano essere le parole. Una persona che conoscevo già, ma non la conoscevo davvero. Ho letto un post del suo blog e mi sono chiesta "ma dove sei stato fino adesso?". Il destino ha voluto che proprio con lui una sera mi sono messa a discutere di quanto le immagini senza parole non siano altrettanto comunicative. Lui ovviamente sosteneva il contrario. Il problema è che ancora non ho capito chi dei due avesse ragione. Ma l'importante era discutere, parlare, ragionare.
Quanto mi piace, questo piano razionale.
Forse la sciocca sono io.
domenica 22 aprile 2012
E ogni prezzo ha un viso...
E poi arriva un nuovo disco degli Afterhours.
Non sono una fan. Non mi piace essere una fan, sono razionale, io. Non perdo la capacità critica. Vedo le mie imperfezioni, vedo quelle degli altri, anche di quelli che amo.
Manuel Agnelli ha una qualità: l'ottimismo un po' sempliciotto: l'idea che quello che fa abbia un senso, abbia un peso, incida. Che possa cambiare qualcosa.
Lo dice lui stesso.
Crea cose pensando in grande. Pretende di essere chiamato "artista". E' quasi spocchioso in questo suo atteggiamento. Eppure dopo un primo istintivo fastidio che si può provare rispetto a un personaggio del genere, non si può non riconoscerne la capacità creativa: mai lasciata a se stessa.
E poi, un'altra qualità, più soggettiva, che possiede è che riesce a sintetizzare con delle frasi fastidiosamente chiare e semplici, quello che sento. E interpreta i nostri tempi, li mette in musica, li comunica come altri non sanno fare. Rendendoli diretti, appunto, semplificandoli.
Padania parla di libertà. La libertà che pensiamo di avere, ma che più esercitiamo, più ci sfugge di mano. Non si è mai liberi senza l'autocontrollo. Non si è mai liberi, senza decidere cosa essere. Senza volontà.
I greci la chiamavano auto-nomia (dove nomos è la legge): la libertà è la regola che decido di seguire, a cui consapevolmente decido di obbedire. Tutto il resto è prigionia. La prigionia del nostro nulla, del nostro cieco desiderio, spesso di sopraffare l'altro, nel tentativo di farci amare, di essere qualcosa che non siamo, finendo per sottostare a regole che non ci appartengono. Tutto il resto non è libertà, è licenza. E la licenza fine a se stessa, è il nulla. E' il qui e ora, senza progetto.
"La liberazione dal nostro dovere. Costruire per distruggere".
Ma ci siamo tutti dentro fino al collo, in questo. "La dittatura è dentro di te: lotti, tradisci e uccidi per ciò che meriti".
Siamo tutti liberi. Liberi di essere stronzi, di superare tutte le regole della solidarietà umana, dell'amore, dell'amicizia. Senza legami. Senza fede. Senza impacci.
E felici.
Sono solo una bellissima tappabuchi affettivi
Poi dicono che l'amore sia una cosa irrinunciabile.
Io vorrei tanto rinunciarvi, a questo groviglio di intuizioni e pensieri che mi assale la notte. Nel mio letto. A dormire da sola.
Incontri un uomo, ti colpisce. Non c'è un motivo, ma senti un chiaro segnale che tra te e quell'uomo ci sia qualcosa. Lo capisci subito, non razionalizzi, non c'è una spiegazione. Nemmeno ci hai mai parlato, come potrebbe esserci una ragione. Ma da quel momento in cui l'hai notato, lui sarà irrimediabilmente parte del tuo palcoscenico. E da quel momento, inizi a sentirti parte di un tutto. Un disegno superiore regola i domani, tu non puoi far altro che piegartici. Obbedire ai tuoi istinti. Obbedire alla tua vita.
Il futuro ti darà ragione. Tu e quell'uomo sconosciuto sembrate conoscervi da tempo. Banalità, lo so. Ma sembra davvero un incastro quasi perfetto. Non è la prima volta che ti capita: tu senti prima degli altri. Tu intuisci il destino, hai questa capacità. O forse, era solo il tuo corpo che ti segnalava un pericolo. Un ennesimo pericolo. La perdita di te, del tuo controllo. Una voglia di vertigine, una sbornia colossale. Non vuoi opportici, è proprio quello di cui hai bisogno.
E' il tuo istinto che si fa strada, che ti implora di non sopprimerlo ancora una volta con la testa. Sei troppo razionale. "Està todo en tu cabeza" diceva Olivier. Infatti ti piace, perderti, uscire da te: ti salva.
Ma per farlo, perchè, perchè innamorarsi?
Perdere se stessi con un amore. Sentirsi parte di qualcosa. Sentirsi a casa. Chiedersi "ma dove sei stato tutto questo tempo?"
Per poi sentirsi soli. Perchè lui non resta. Mai. Se ne va. A volte anche dicendoti che ti adora. Qualcuno, andandosene,al tuo "non ti voglio più vedere" ti dice anche "e io come posso vivere senza di te?".
Piangi. Male, dolore, contorsioni, voglia di essere un'altra.
E poi scoprire che vorresti ripeterla, quella sensazione. E allora hai bisogno di lui.
Ma perchè proprio di lui?
Perchè lui ha il potere? è una questione di potere. è una questione di incastri di personalità. è una questione che se tu cambi, che se ti disintossichi dalle tue cattive abitudini, tu non ripeterai in eterno questa altalena.
L'incontro. L'attesa. La scoperta. La magia. La sicurezza. L'insicurezza. La negazione. La solitudine. E di nuovo, daccapo. Pianti e risa. Casa e vaghezza. Non voglio più che tutto sia così.
Ecco, io vorrei solo capire. Come è possibile? Ci deve essere una spiegazione. La troverò, lo farò a pezzi e me ne distaccherò.
Scoprirò la formula magica per non sentirmi più solo di passaggio.
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